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L’ingresso in un luogo-simbolo, costituito dalla metamorfosi di un bene appartenuto alla mafia e ora luogo di cultura e riflessione, conduce il visitatore a compiere un percorso emozionale della vicenda umana di cui ogni opera collocata all’interno è una tappa. Un viaggio attraverso un preciso spaccato di storia e memoria, un itinerario in una scissione temporale che solo apparentemente segue la linea cronologica attraverso una precisa numerazione voluta dall’artista, il quale segna nelle opere l’anno degli avvenimenti più significativi incorniciandoli come numeri civici di un violento tragitto.

 

Che cosa emerge dal seguire con lo sguardo le opere e i reperti documentari all’interno se non l’itinerario storico di una rivoluzione politico-culturale che ha investito in particolar modo la Sicilia.Un viaggio che parte dallo sbarco degli Americani, nel luglio del 1943, consumato grazie all'appoggio dei mafiosi (Calogero Vizzini di Villalba, Genco Russo di Mussomeli, Lucky Luciano di Lercara Friddi) e che prosegue, percorrendo le varie sezioni museali, con Portella della Ginestra (1 maggio 1947), la prima grande strage dell'era repubblicana. In questa sezione trovano posto le tele raffiguranti vari uomini uccisi dalla mafia, in particolare il sindacalista corleonese Placido Rizzotto. Viene così ritratta la commistione tra mafia e alcuni politici della Democrazia Cristiana. Ecco scorrere le stragi degli anni '60, a Ciaculli (1963), frazione di Palermo, Bellolampo, per passare all'uccisione del sindaco di Cattolica Eraclea (AG) Giuseppe Spagnolo,nel 1955, a quella di Peppino Impastato,nel 1978, fino ad arrivare ai nostri giorni, con l'assassinio del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), del parroco di Brancaccio Don Pino Puglisi (1992), dei Giudici Falcone e Borsellino, unitamente agli uomini delle loro scorte, nelle terribili stragi del 1992. Si va avanti con la strage dei Gergofili, a Firenze, il duro monito di condanna contro i mafiosi di Giovanni Paolo II (maggio 1993) nella valle dei templi ad Agrigento, per finire, oltre le vittime, con gli arresti dei loro carnefici.

 

 

La pittura come strumento di denuncia conduce l’artista a sperimentare contrasti esprimendo così l’eterna lotta tra bene e male. I dipinti sono elaborati con colori sgargianti e tratti marcati, ma questo non basta, all’artista serve incidere la propria opera con la presenza della cronaca, il dipinto nasce da un mosaico composto dai ritagli dei quotidiani. I titoli in grassetto della prima pagina dei giornali, le scritte sui muri fanno parte di una “pittura urlata” che come la parola non deve avere paura, ma nominare l'essenziale, riprodurre il senso del visibile e attribuire significati.

 

Sfidare il mondo della comunicazione attraverso l’arte potrebbe apparire, oggi, come un'utopia, ma è la sfida che il Laboratorio si pone poiché la pittura è rivelazione ed espressione dell'anima, é la rivelazione soggettiva che si universalizza, il linguaggio diretto dell'inconscio, è comunicazione non sovra strutturata e per tale motivo riesce a far esternare i sentimenti provati da coloro che hanno vissuto, direttamente e non, il fenomeno mafioso con il suo pesante bagaglio di avvenimenti, presenze oscure, gesti, con tutto ciò che, insomma, ne ha costituito il codice, la struttura. Ed è così che Gaetano Porcasi esprime con sincerità totalmente scarnificata, e tranquillamente feroce, i fatti e i particolari di una storia vera, avendo, come ogni artista, ricevuto in dono non un istinto classificatorio ma chiarificatore, che non mettere in sequenza, ma rivelara. Perché dal senso della rivelazione nasce la pittura più alta.

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